Ricominciano le lezioni di yoga ad Acqui Terme

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Siamo pronti per ricominciare, rinfrescati e rinfrancati da una pausa di qualche settimana. Le buone notizie si susseguono e noi siamo vogliosi di tornare a condividere con voi dei bei momenti insieme.

Programma delle lezioni di yoga (a partire dal 18 settembre 2017):

Giorno Orario Luogo Tipo di yoga
Lunedi 1830 Studio Garrone, via Emilia 9 – Acqui Yoga principianti
Lunedi 2000 Studio Garrone, via Emilia 9 – Acqui Vinyasa yoga / Yin Yoga
Martedì 1915 Sastoon, via S.Martino 6 – Acqui Hatha yoga
Mercoledì 1315 Sastoon, via S.Martino 6 – Acqui Hatha yoga
Mercoledì 1800 Studio Garrone, via Emilia 9 – Acqui Yoga principianti
Giovedì 2000 Studio Garrone, via Emilia 9 – Acqui Vinyasa yoga / Yin Yoga
Secondo Sabato del mese 0900 Yogam Farm – Melazzo Prana yoga

Le lezioni hanno una durata di 1 ora e un quarto circa.
Yoga principianti: corso studiato apposta per coloro che si avvicinano per la prima volta a questa pratica millenaria o per coloro vogliono tornare a praticare seguendo uno stile più delicato e gentile. Grande attenzione è riservata alla connessione tra il movimento e il respiro. E’ adatto a tutte le età, non è mai troppo tardi per iniziare! Attraverso la pratica dello yoga andiamo a stimolare prima di tutto il corpo e attraverso il controllo del corpo possiamo generare un impatto più o meno grande sulla mente, sulle emozioni, sulla nostra energia e sullo spirito.

Hatha yoga: si tratta dello stile di yoga piú tradizionale e classico. L’intento è quello di approfondire gli Asana e trovare il comfort nelle innumerevoli posizioni assunte. Qui approfondiremo il concetto di (ri)equilibrio della parte fisica, emotiva, mentale, energetica e spirituale. Una pratica rilassante e terapeutica.

Vinyasa yoga: approccio più dinamico rispetto al precedente, ma sostenibile per tutti. Qui la sessione prevede un flusso di posizioni concatenate l’una all’altra, seguendo un ritmo ed una sequenza che cambiano di volta in volta. Consigliata per coloro che vogliono aumentare la flessibilità, la forza e l’equilibrio. Entriamo in una dimensione più ‘giocosa’ e decisamente ‘non dogmatica’ dello yoga. Sperimentazione, accettazione dei propri limiti e sviluppo delle potenzialità. Nel corso dell’ultima settimana del mese verrà eseguita una pratica riequilibrante di Yin Yoga (il cui focus non è tanto lo sforzo e la tensione muscolare dell’asana, quanto la distensione e lo stiramento dei tessuti connettivi).

Prana yoga: l’intento della lezione è quello di approfondire due elementi molto importanti dello yoga, il Pranayama (insieme di tecniche di controllo ed espansione del respiro) e i Mudra (sigilli/gesti con le mani), spesso tralasciati durante la lezione ‘standard’. Adatta per coloro che vogliano fare uno step più avanzato della loro pratica, per chi vuole apprendere tecniche di respirazione che apportano beneficio nel quotidiano e per chi voglia preparare il corpo e la mente alla meditazione. Al termine del Pranayama, proseguiremo una sessione di Asana tonificante per il corpo.
Prima lezione di prova gratuita.

Si consiglia di vestirsi leggeri e comodi, di venire a stomaco leggero e di portarsi una coperta per il rilassamento finale.

A presto!

Namastè.

Francesco

Il mio mantra: Inspiro, espiro, inspiro, espiro, …

Se qualche nerd contasse quali (e quante) parole pronuncio durante le mie lezioni di yoga, penso che respiro, inspiro ed espiro, vincerebbero di gran lunga su tutte le altre. A volte mi sembra persino di essere pedante nel ripeterle costantemente: eppure, non c’è dubbio che il respiro rappresenti l’elemento che fa la differenza tra lo Yoga e una pratica di ginnastica o di fitness. Il mio obiettivo è far sì che lo studente limiti le distrazioni e le divagazioni della mente e possa, attraverso dei rimandi gentili che riportano al suo respiro, rimanere ‘agganciato’ alla pratica e al momento presente.

Il respiro, dicevo, diventa consapevole, sentito, vissuto. Senza il respiro, il movimento o la posizione avrebbero unicamente un fine utilitaristico, sarebbero senz’anima. Si parla, allora, di coordinamento tra respiro e movimento: si stabilisce una connessione tra quello che stiamo facendo ed un ritmo vitale sottostante che ci guida e ci sostiene – in parole più tecniche il Prana, tema che, forse, approfondiremo un’altra volta. E’ con questo intento che ci rapportiamo ad un’Asana; non assumiamo la posizione di yoga bruscamente, meccanicamente o distrattamente; non lo facciamo unicamente per raggiungere un risultato (maggior flessibilità, forza, equilibrio, …). Chiediamo, altresì, il permesso al nostro corpo: lo trattiamo con rispetto e dolcezza, prestandogli la dovuta attenzione ed ascolto.

La funzione del respiro è trasversale perché è attiva, alimenta e armonizza tutto il corpo: il respiro è uno strumento importantissimo di consapevolezza. Ma questo vale a prescindere dall’essere sul tappetino o meno. Dovrebbe valere sempre, in ogni circostanza. Tuttavia, ho notato che molte persone non sanno come respirare. Molte volte quando ripeto ai miei allievi di concentrarsi sul respiro, mi chiedono se devono pensare al respiro. Se stiamo nella mente, stiamo sempre o nel passato o nel futuro. Ci sfugge il presente, il qui ed ora. E allora il respiro vola via. Citando le parole di Roberto Maria Sassone ne la sua Ricerca d’Amore, Un ponte tra Reich e Sri Aurobindo “(…) essere non è un fatto razionale. La percezione del corpo è fondamentale per vivere l’esperienza del presente. Essere il corpo non è riduttivo, anzi. Noi siamo il corpo. Ogni battito del corpo o pensiero è possibile grazie al corpo”.

In sintesi, farci guidare dal respiro durante una lezione di yoga significa muoversi secondo un ritmo biologico in sintonia con il nostro vivere, abbandonando ogni forma di esigenza o scopo utilitaristico.

PS. Mi vengono sempre in mente le parole di Jun, insegnante di Yoga statunitense che spesso dice a lezione “there is no breath without movement and no movement without breath”. In inglese queste parole suonano senz’altro meglio che in italiano, ma il significato è sempre lo stesso in ogni lingua del mondo.

Here we go…! Yogam è online!

Ci sono dei momenti in cui ti senti arrivato ad una tappa di un viaggio partito tempo fa, in cui sai di essere diventato grande e che la strada che hai intrapreso è quella giusta.

Ci sono dei momenti in cui – dopo che ti è venuta l’idea, l’hai progettata e poi concretizzata – sai che è arrivato il tempo della celebrazione.

Ci sono dei momenti in cui realizzi che la persona che hai a fianco da un po’ di tempo, rappresenta il pezzo che ti mancava per finalmente (in)quadrare il tuo cerchio.

Il passato è passato, mentre il futuro non si sa cos’avrà in serbo. Ora è il momento di gioire, io insieme a tutti coloro che mi sopportano e condividono con me lo spazio per ‘srotolare’ il tappetino di yoga.

Grazie di cuore, davvero. In questi anni ho capito che se si agisce con il proprio cuore, si agisce con il cuore di tutti. Spero di continuare a farlo. Mi sento molto fortunato, per quello che sono diventato e per quello che non sono mai stato.

Buon nuovo sito di Yogam! Io e Barbara siamo molto felici! Mi sento di ringraziare in particolare Manuela, Mario, Mariangela, Stefania, Francesca, Chiara, Federico, Claudia, Sonja, Ilaria, Paolo, Ines, Maddalena, Catia, Swamiji, mamma e papà: ognuno di voi sa il perché, non c’è bisogno di nient’altro. E anche te Giorgia: avresti fatto comunque parte della lista, a maggior ragione dopo lo splendido lavoro svolto sul sito!

Namaste,

Francesco

Benvenuti nel blog di Yogam

Benvenuti a tutti sullo spazio dedicato al Blog di Yogam: qui io e Barbara condivideremo pensieri e parole su argomenti di vario tipo. Il minimo comune denominatore sarà, naturalmente, lo yoga, i massaggi, la campagna di Yogam Farm, l’alimentazione, l’ecologia, ecc. In basso trovate le diverse categorie: cliccate, sfogliate gli articoli, leggeteli e commentateli!

Grazie di cuore. Namastè!

Evadere dalle grigie città per vivere in mezzo ai boschi

Adattarsi alla società così com’è significa ratificare la nevrosi di cui è portatrice. Da quando sono diventato un individuo ‘senziente’, ovvero all’età di 23 anni, ho constatato che quello che vivevo non facesse poi tanto parte di me e ho iniziato a muovere i primi passi per distaccarmi da tutto ciò che ritenevo superfluo ed estraneo. Ho, così, tanto per fare qualche esempio, rinunciato al lavoro d’ufficio e ad una carriera a cui chissà perché mi sentivo proiettato, al contratto a tempo indeterminato e allo stipendio puntuale a fine mese. Ho realizzato che aumentare i consumi, cambiare automobile o cellulare, sfruttare le risorse non rinnovabili non rappresentassero la ricetta per stare bene. Nel contempo, ho modificato la mia dieta in favore dell’alimentazione vegetariana; ho cambiato dimora tante volte, viaggiato, sbagliato, imparato.

Vuoi la ‘coincidenza’, vuoi la ‘fortuna’, ho incontrato nel mio cammino lo Yoga e, da quel momento, dieci anni or sono, non l’ho più abbandonato. Ho, in altre parole, gettato le basi per affrontare la mia ricerca spirituale e per scoprire la mia verità, tentando di superare quei dogmi e quelle certezze imposte dalla società e dall’ambiente circostante. Nel ricercare il mio centro di gravità permanente, ho dovuto, come tutti, combattere su due fronti: quello personale, a causa della paura al cambiamento, degli inevitabili sbagli e degli innumerevoli ‘innamoramenti’ e ‘cambi di rotta’; quello sociale, a causa della paura degli altri, che questo cambiamento non lo vogliono affatto o non lo vogliono accettare e della continua lotta (o sacrosanta necessità) per ricevere anche un pur minimo riconoscimento sociale.

Arrivando alla storia del mio ‘oggi’ (e al titolo del post), la consacrazione attuale (o forse meglio dire il mio cuore) mi ha condotto alla scelta di vivere in un ambiente rurale, ovvero… in mezzo ai boschi. La città – per parafrasare un passaggio de Il Gesto dell’ombrello di Mario Gala – tra miseria crescente, emarginazione sociale, rapporti sociali tanto maleducati quanto violenti, perdita di diritti e libertà, non hai mai rappresentato per me il luogo dove poter sperare di vivere una vita degna; al contrario, fatta eccezione di qualche esempio particolarmente virtuoso (che, peraltro, non ho mai avuto la fortuna di sperimentare), i grandi agglomerati urbani sono diventati luoghi in cui si respirano tumori e stress, si mangia l’indecente, si corre a ritmi da centometrista.

Il mio ritorno alla terra non si qualifica solo come “suolo” o “humus”, per – metaforicamente e non – germinare nuovi sogni e coltivare speranze; si tratta anche di un ritorno alla terra d’origine, ovvero ai luoghi in cui sono nato e cresciuto. Un non-luogo del Basso Piemonte, tanto vituperato quanto colmo di bellezze, in cui tornare ad essere attore della mia vita e non più comparsa. Tutti hanno il diritto di vivere una vita radiosa, ecologica, sostenibile, appagante. Che sia in collina, montagna o mare fa davvero poca differenza. La campagna è il mio contesto, tutto qui. Avete il dovere di provarci anche voi.

 

Sentire il piacere nel fare le cose

Oggi è il Primo Maggio e fuori piove a dirotto. Questa Primavera si sta rivelando più pazza che mai: caldo, pioggia e gelo stanno caratterizzando un periodo che dovrebbe essere di risveglio dai torpori invernali e che, invece, si sta attorcigliando in un loop verso un nuovo autunno. Mettendo da parte ogni velleità nel voler eseguire compiti di varia natura che mi aspetterebbero all’esterno, faccio ‘buon viso a cattivo gioco’ e ne approfitto per dedicarmi ad uno dei lavori più noiosi che esistono: mettere a posto gli appunti della mia cartella “Yoga” su Google Drive. Potete immaginare quante categorie e file ci siano dentro, accumulati in tutti questi anni di pratica, lezioni, seminari, corsi, articoli, ecc. In realtà, dopo pochi attimi, queste ‘pulizie di primavera’ diventano un pretesto per buttare giù qualche parola, qualche pensiero. Mi sento fresco di mente e veloce nel battere le dita: una combinazione fenomenale per redigere un testo. Giorgia sta lavorando alacremente alla composizione grafica del nuovo sito web e io, da buona ‘formichina’ – come direbbe mia madre – metto in cascina un po’ di testi/articoli/post o semplicemente idee da pubblicare in corso d’opera. Per inciso, interpello proprio Giorgia in merito a come/dove e perché scriviamo questi articoli sui nostri rispettivi Blog – sapendo che, probabilmente, le righe che scriviamo le leggeranno in pochi, ora che sul Web sembra girare tutto alla velocità della luce e gli internauti preferiscono sempre di più i video ai post scritti – e lei mi scrive serafica: “Sono domande che mi sono posta anch’io. La risposta che mi sono data è quella di sentire il piacere nel fare le cose”. Beh, non c’è che dire, mi compiaccio e congratulo prima con lei – e poi anche con me stesso – per avere che fare con un’amica – ed allieva – così serena e leggera nell’affrontare anche ciò che riguarda la sfera professionale. La vita è pur sempre un grande è meraviglioso gioco.

La mattinata scorre e arriva l’ora di pranzo… io continuo a scrivere e inizio a chiedermi a cosa sia dovuta questa facilità che mi sta permettendo di essere così produttivo nella redazione dei testi. Non è ‘normale’… Barbara mi lascia un audio WhatsApp dicendomi che le è ‘saltato’ un massaggio e sta tornando a casa. Ma certo! Deve essere stato il massaggio ayurvedico che mi ha fatto ieri! Quell’ora passata a “ricevere” deve avermi liberato di qualche acciacco fisico e rasserenato la mente dallo stress quotidiano! Sorrido compiaciuto e, al suo arrivo, le regalo un bacio schioccante sull’uscio di casa. E’ bello essere parte di un micro-mondo in cui le persone ‘sentono il piacere nel fare le cose’.

Take It As It Comes

 

Time to live
Time to lie
Time to laugh
Time to dieTakes it easy, baby
Take it as it comes
Don’t move too fast
And you want your love to last
Oh, you’ve been movin’ much too fastTime to walk
Time to run
Time to aim your arrows
At the sunGo real slow
You like it more and more
Take it as it comes
Specialize in havin’ fun
Tempo di vivere,
Tempo di mentire,
Tempo di ridere,
Tempo di morirePrendila con calma, bimba
prendila come viene.
Non muoverti troppo in fretta
Se vuoi che il tuo amore duri
Finora ti sei mossa troppo in fretta.Tempo di camminare,
Tempo di correre
Tempo di puntare le tue frecce
sul sole

Vacci piano davvero
E gradirai sempre un po’ di più
Prendila come viene
Specializzati nel spassarsela.

 

-Take It As It Comes by The Doors-

 

Non puoi venire? Non venire.

Non puoi rispettare l’impegno? Non ti preoccupare.

Non puoi accompagnarmi? Non lo fare.

Non puoi pagarmi? Non farlo.

It’s ok, I love you anyway.

You cannot come? Do not come.
You cannot fulfill your commitment? Don’t worry.
You cannot come with me? Don’t do it then.
You cannot pay… Don’t pay.
It’s ok, I love you anyway.

Non ho più tempo per nulla… anzi, aspetta un secondo

Pochi giorni fa ho incontrato una cara amica. Le ho chiesto come stava. Lei ha alzato gli occhi e lo sguardo e ha sospirato: “Sono molto occupata… anzi, occupatissima… non ho tempo per nulla”. Poco dopo chiedo a mio papà, appena andato in pensione: “Come stai?”. Anche in questo caso, stesso tono e stessa risposta: “Sono molto occupato, ho molto da fare. Più di quando lavoravo!” E, per carità, si vedeva che era stanco, quasi esausto.

Ma questo succede anche con i bambini, non è una prerogativa solo dei grandi. Questi ragazzini hanno tutta la settimana impegnata, tra scuola, corso di chitarra, calcio o danza. Televisione. Il pranzo cotolette & patatine di nonna. Le cattive abitudini si passano di generazione in generazione… ma ci siamo passati tutti per carità. Poi però dovrebbe scattare qualcosa. Ad alcuni succede, ad altri no. E va beh. In ogni caso, mi viene da chiedere: ma davvero ci siamo ridotti a vivere così? Cosa ci ha condotto a non avere più tempo per nulla? Perché siamo spinti a voler produrre costantemente un risultato dalle nostre azioni? Quand’è che ci siamo dimenticati che siamo “esseri” umani e non “macchine” (dis)umane? E perché non possiamo più sbagliare nulla?

Nei miei vaghi ricordi puerili, ricordo me e i miei compari pieni di fango e sbucciature, perché giocavamo fuori in cortile e la vicina anziana ci bucava il pallone, quando già non lo faceva il suo incrocio tra pastore tedesco e l’arbitro ecuadoriano Moreno. Spesso, poi, mi lamentavo coi miei perché mi sentivo profondamente annoiato. Purtroppo per riempire questo vuoto però mi ritrovavo a mangiare merendine. E va beh (2). Io oggi osservo un mondo in cui abbiamo sempre più cose da fare e meno tempo libero per farle. Abbiamo una sovra-offerta di proposte: cinema, concerti, teatro, conferenze, corsi, incontri, ritiri: ma come si fa a stare dietro a tutto? Non abbiamo tempo! Figurarsi averne per stare da soli, in silenzio… che roba poco produttiva!

Socrate disse: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”. Ma esisterebbe un Socrate ai giorni nostri? Se così fosse, avrebbe un team di segretarie, responsabili comunicazione, ecc. e sarebbe immerso da email e telefonate, correndo il rischio di non rispondere mai(l) e poi mai(l)… Questa malattia di essere “occupato” è distruttiva per la nostra salute, perché perdiamo la capacità di concentrarci su di noi, su coloro che amiamo e quindi di diventare il tipo di società che vorremmo.

Il progresso tecnologico iniziato con gli anni ’50 ci aveva promesso vite più facili, perché più comode, rapide e di conseguenza più semplici. Mi pare che le promesse non siano state mantenute. Per i più privilegiati, i confini tra lavoro e vita personale sono scomparsi: smartphone e tablet ci obbligano a rimanere tutto il tempo connessi. Per altri, invece, due lavori sottopagati sono l’unico modo per mantenere a galla la propria famiglia. È progresso culturale questo?


 

I have no time for anything! Wait…! Maybe yes.

A few days ago I met a good friend of mine. I asked her how she was. She rolled her eyes, looked up and sighed: “I’m very busy … yes, very very busy … I have no time for anything.” Shortly after I ask to my dad (just retired): “How are you?”. Again, same tone and same answer: “I am very busy, I have so many things to deal with. Much more than when I was at work!” And, for the God’s sake, I saw him very tired, almost exhausted.

But this also happens with children, it is not only a business of adults. These kids have all the week busy: school, music course, football, dance. Television. Cutlets & french fries at Granma’s for lunch. Bad habits pass from generation to generation … but it’s ok, we are all gone through this. But then it should happen something. It happens for some, for someone else don’t. C’est la vie. In any case, I ask to myself: how can we live like this? What led us to do not have enough time for anything? Why we want constantly produce a result from our actions? When we have forgotten that we are “human beings” and not “machines”? And why we cannot make mistakes anymore?

In my vague memory as a child, I remember me and my buddies filled with mud and bruises because we were playing out in the yard and the old neighbour piercing the ball, when not already done by his beloved dog (a cross between a German Shepherd and the referee Byron Moreno from Ecuador). And then, complaining with my parents all time I felt bored. Unfortunately, the solution to fill this void seemed to be eating snacks. C’est la vie (2). But now I look at a world where we have more and more things to do and less time to do them. We have an over-supply of proposals: movies, concerts, theater, conferences, courses, meetings, retreats, but how could we manage all of that? We have no time! Imagine yourself being alone, in silence … what unproductive stuff!

Socrates said, “An unexamined life is not worth living”. But is it possible to have a Socrates nowadays? If it was, he would have a team of secretaries, communication managers, etc. and he would be boomed by emails and phone calls, with the risk of never answer to any of them… This illness to be “busy” is very sad and destructive to our health, since we lose the ability to focus on us and on the people we love, and then to become the kind of society we would like to be.

Technological progress began in the 50s promised easier, more comfortable, faster and therefore more simple lives. It looks like that the promises are not kept. For the most privileged, the boundaries between work and personal life have disappeared: smartphones and tablets force us to stay connected all the time. For others, instead, two paid jobs are the only way to keep afloat his family. Is it cultural progress?

A Natale regaliamoci e regaliamo del tempo

Editoriale apparso su ‘Vivere Sostenibile Basso Piemonte’.

A Natale giunge il momento dei regali e, come ogni anno, ci arrovelliamo su quale sia quello giusto. A seconda della nostra predisposizione, iniziamo a pensarci mesi prima o ci affanniamo all’ultimo nei negozi di centro città. Fissiamo un budget, ci chiediamo cosa possa essere utile all’interessato, oppure soprassediamo ed acquistiamo qualcosa tanto per “non andare a mani vuote”. Così succede che il regalo diventi l’ultimo fardello della nostra dispersione quotidiana, e che si manifesti l’ennesima mercificazione del desiderio di dimostrare affetto. Spesso tutto diventa così obbligato e noioso, frutto anche dei condizionamenti e della rispettabilità sociale che ci siamo faticosamente costruiti nel corso degli anni.

Come il bimbo che la mattina di Natale, poco dopo avere strappato forsennatamente la carta di tutti i regali, si ritrova a fissare il vuoto annoiato e confuso, anche noi scopriamo che quegli oggetti non riescono a darci vitalità più di qualche istante.

Sono ormai decenni che gli esseri umani sono bombardati da pubblicità che sfrutta i loro desideri spirituali inconsci per metterli al servizio degli dei del consumismo e dell’avidità.

A Natale si adorna l’albero, proprio come facciamo da tutta una vita: per anni mettiamo su addobbi e ghirlande, aggiungiamo ed aggiungiamo palline che crediamo tanto importanti e speciali. Forse per qualcuno è arrivato finalmente il momento di togliere questi addobbi superficiali, per sentirsi poco a poco più leggeri…

A volte ci sentiamo, infatti, costretti in un vaso mentre la nostra vera natura ci impone di piantare le nostre radici nella terra, quella vera, fonte di energia e calore. Questo avviene a tutte le età, non si tratta solo di un’inquietudine tipicamente giovanile: questa necessità di cambiare il paradigma avviene sempre più spesso a metà del cammino, in coincidenza della cosiddetta ‘crisi di mezza età’. Quando si iniziano a fare i bilanci di quello che è stato e di quello che resta da vivere.

E poi capita che un giorno, la cara vecchia amica Mì mi tiri fuori una delle sue “perle”: “Lo sai che in dialetto piemontese” – come anche in inglese, osservo poi io – “si dice ti faccio un presente?”. Legato quindi non ad un passato o ad un futuro, ma al momento in cui viene fatto.

E allora mi viene da riflettere che per me, forse – io, così dannatamente idealista e naif – il vero regalo che possiamo fare a noi stessi e agli altri, sia proprio il Tempo. Spesso ritorno su questo tema (vedi editoriale di VS 06, Febbraio 2016): l’occasione era troppo ghiotta, nel numero di Natale non ho potuto farne a meno…

Il Tempo – quello che è relativo, quello che dura tanto quando si è nella mente mentre vola quando si agisce con il cuore – è il miglior regalo che possiamo fare alle persone che contano per noi.

Non sprechiamolo nella rincorsa per i regali. Fermiamoci da questa corsa, dove vogliamo andare così di fretta? Sant’Agostino scriveva nelle sue Confessioni che il tempo è distensio animi, ovvero una dimensione dell’anima. Godiamoci allora il viaggio, il cammino, perchè se arriviamo subito all’obiettivo saremo costretti ad individuarne subito un altro, e poi un altro e un altro ancora… sempre di corsa.

A me piace andare lento, sono molto veloce nel farlo. A me piace godermi il tempo che mi resta per fare una passeggiata mano nella mano, per gustare un tramonto seduto su una panchina di legno, per vedere uno spettacolo teatrale di una compagnia indipendente. Non mi piace sprecarlo, anche se a volte capita!

Il Tempo è quel qualcosa che appena ci pensi, è già passato: perché è da vivere. Forse occorre davvero rimanere con quello che deve ancora succedere, che non è ancora successo, per mantenerci giovani e freschi. E allora buoni nuovi viaggi miei cari lettori, buone nuove ricerche. Non c’è fine alla vita, al tempo

Osservazioni di un viandante disordinato giunto in India

L’India è il luogo più faticoso, sporco, puzzolente ed inquinato in cui abbia mai messo piede. L’impatto dei primi giorni lo ricordo come scioccante: mezzi di trasporto che strombazzano ovunque, milioni di persone in un metro quadrato di strada, spazzatura gettata in ogni angolo. Poi, come spesso accade, ci si fa l’abitudine. E, a dir la verità non è poi così tanto male, a patto di scovare i luoghi ‘giusti’. Le persone del posto sono così curiose, aperte e pacifiche che ci si chiede come noi occidentali abbiamo fatto a diventare così diffidenti e chiusi l’un l’altro. Qui ‘arrendersi’ alle circostanze più che un effetto diventa una necessità, perché altrimenti te ne torni a casa in quattro e quattr’otto senza permettere a te stesso di andare oltre a questo velo angosciante ed estremo e scoprire il bello e la pace che regna nel luogo probabilmente più spirituale del Pianeta.

Parlare di turismo sostenibile in questo contesto diventa improponibile: nel settimo Paese per estensione al mondo  – che raggiungerà presto il più alto numero di abitanti superando la Cina, con un miliardo e mezzo mal contati – diventerebbe difficile anche solo pensarlo. La consapevolezza ambientale non esiste, tant’è allarmante il livello dell’inquinamento idrico e delle emissioni di CO2 causate da un numero incontrollato di mezzi di trasporto a petrolio… Raccolta differenziata? Excuse me? Più facile darle fuoco, alla spazzatura.

L’India non si differenzia da altri Paesi nel mondo in cui, nonostante una presa di coscienza collettiva crescente, tutti riconoscono l’urgenza di provvedimenti drastici, ma l’assenza di mezzi di organizzazione e di volontà collettiva rimangono un ostacolo difficile da superare. Per farvi un esempio, l’albergo in cui mi trovo oggi ricorda ai suoi ospiti di spegnere gli apparecchi elettronici quando si lascia la stanza e di non gettare rifiuti in spiaggia o in mare. Quanti leggeranno questo messaggio? Ma, soprattutto, questo messaggio non dovrebbe essere esposto in altri luoghi o ad altre persone? Che, ahimè, non sono quelle che possono permettersi il frugale lusso di questa stanza?

Questo è solo un esempio che costituisce un flebile bagliore di luce in un futuro torbido, perché non c’è dubbio ormai che tutto si sia trasformato in una risorsa da utilizzare e da sfruttare. L’uomo è diventato, a causa della propria insensibilità, parte dell’ingranaggio che ha creato. Alcuni provano a ribellarsi, credendo o pensando di eliminare tutta la tecnologia in favore di un bucolico ritorno alla Natura che non è, semplicemente, fattibile. O meglio, le modalità ci sarebbero anche, ma il sistema ti rende la vita talmente difficile che spesso sei costretto ad arrrenderti alla legge del più forte. Eppure, quello che possiamo provare a fare è informarci meglio, osservare e riflettere sui nostri comportamenti quotidiani e dare il nostro contributo attraverso scelte ed azioni rivolte a limitare i danni. In una parola: responsabilità.

Quanto all’India… beh, non cambia poi molto se fossi rimasto in Italia: continuerò il mio cammino, osservando, prestando attenzione e sviluppando presenza. È importante per me fare tesoro delle esperienze (nel bene e nel male) da condividere con voi.